Il nome della commedia trae spunto dal celeberrimo mito greco sull’origine del male sulla terra, ma in realtà narra di una divertentissima vicenda ambientata ai giorni nostri. All’omonimo testo goviano è accomunata dalla vis comica e dalla credibilità dei personaggi, ma sia la trama che la vicenda sono un’assoluta novità. Da pochi giorni Berto Fasce è rimasto solo, l’amata moglie Pandora, integerrima ed economa padrona di casa, è morta lasciandogli in eredità solamente un vaso di scarso valore. Berto, ormai vedovo e senza figli, è rassegnato ad una vita di solitudine quando per un caso fortuito rompe il vaso e scopre un testamento con il quale la defunta consorte lo nomina erede di una cospicua fortuna. L’affezionata Ernesta, anziana amica di famiglia, gli conferma che la Signora Pandora ha scritto di suo pugno quel foglio, ma gli interrogativi non mancano. Quale è, infatti l’origine di tutto quel denaro? Non certo un’eredità familiare perchè la scomparsa non aveva famiglia ed era di modeste origini, non certo una vincita perchè ne avrebbe parlato con il marito... L’importante è comunque che l’eredità ci sia e l’euforico Berto si licenzia perchè stufo dei lunghi anni trascorsi alle dipendenze del disonesto Commendator Spinola, promette in regalo alla portinaia Wanda, patita spettatrice del piccolo schermo, una televisione nuova e condivide la sua gioia con la collega Annamaria Ricciardi e con Marina Poggi, simpatica vicina di casa. Il disastro, invece, si profila all’orizzonte e i guai si abbattono sul povero Berto: la sorella Renata e la sua collaboratrice Gloria scoprono che altri vantano diritti sull’eredità e giunge in casa persino una giovane tedesca, Elisa Von Rucht, a complicare la vicenda. Il lieto epilogo giunge inaspettato e per nulla scontato perchè... NOTE DI REGIA - Può un mito greco, antico di migliaia di anni, essere ancor oggi attuale? Si può contemperare il realismo e l’attualità di una vicenda con la comicità ed il divertimento? Sono questi gli interrogativi che mi hanno assillato dal momento in cui ho iniziato a scrivere “Il vaso di Pandora”: lo spunto del mito era davvero interessante, ma era necessario immaginare situazioni, personaggi e dialoghi davvero aderenti alla società contemporanea. Il forte legame culturale che mi lega alla tradizione goviana mi ha anche suggerito di conservare lo stesso titolo e lo spirito didascalico dell’autore, ma ero perfettamente conscio che la trama ed il susseguirsi degli eventi dovevano avere un’impronta affatto “genovese” che spesso, nelle commedie recitate da Govi, non è particolarmente evidente. I commediografi che gli sottoponevano nuove proposte, infatti, non erano quasi mai liguri e solo la sua grande arte interpretativa sapeva ricondurre l’azione scenica alla genovesità più autentica. Il risultato di un lungo e sofferto lavoro è un testo nuovo, anzi nuovissimo, ambientato nella nostra tecnologica quotidianità. Accanto ai tradizionali modi di dire convivono i neologismi; al sapore antico della parlata genovese si accosta l’uso dell’italiano per alcuni personaggi che lo ignorano, proprio come nella Genova d’oggi. Mi auguro di essere riuscito nell’intento e spero che i più giovani possano riscoprire l’amore per la nostra tradizione e per la nostra lingua con una commedia che affonda le sue radici nel passato e trae vigore dall’esperienza di Gilberto Govi, ma cresce nel nostro mondo contemporaneo.